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22.02 2016

Comprensione o raziocinio


La "chiarezza della comprensione" non va confusa con il raziocinio. Essa è la Luce nelle tenebre, è quell'attimo fuori dal tempo-spazio che ti porta a capire qualcosa di Te, della Vita e dei suoi meccanismi fisico-mentali-energetici. Questo stato di chiarezza porta man mano ad un più alto livello di Consapevolezza.

Per fare in modo che si possa avere una comprensione è necessario mettere la propria attenzione nel punto in cui quel determinato fenomeno è solito manifestarsi. Tale fenomeno può avere manifestazione su piani differenti. Lo si può osservare o non osservare (PERCEZIONE), poi accettare o non accettare (COSCIENZA) e, ammesso che si sia osservato e accettato, lo si può successivamente studiare per capirne meglio le origini e le caratteristiche (RAZIO). La crescita della Consapevolezza è il vero obiettivo Spirituale (FINE) per cui siamo al lavoro e un mezzo importante che possiamo utilizzare per portare a compimento l'obiettivo è l'Amore (MEZZO) che proviamo nel farlo. L'attenzione che mettiamo per osservare, comprendere e agire alla conquista della Consapevolezza ne è l'espressione più evidente e forse la più alta che ci sia. Il Sistema Mente-Corpo è l'espressione di diversi strati di energia che didatticamente distinguiamo, ma che nella realtà costituiscono un unico "congegno bio-energetico".

Lo "strumento" è fornito di un complesso quanto sensibile apparato recettoriale attraverso il quale si rapporta con gli equilibri al suo interno e al suo esterno i quali, a loro volta, si influenzano in un continum di informazioni (l'energia non sta ferma) che ne garantiscono la sopravvivenza. Suoni, luci, temperature, colori, pressioni, tempo, ecc sono tutti stimoli che vengono ricevuti, eleborati e tradotti per produrre una risposta che si evidenzia o non evidenzia su nessuno, uno o più piani del sistema stesso. La risposta può essere positiva o negativa: positiva se ricrea benessere e armonia (rilassamento muscolare, pensieri non conflittuali, emozioni di gioia, ecc.), negativa se al contrario fissa, struttura o crea stati di malessere. Ogni attività fatta sul sistema coinvolgerà inevitabilmente ogni suo livello energetico! La convinzione di poter trattare separatamente "le parti" è un'illusione da cui tutti ormai ci dovremmo affrancare. Allo stesso tempo ritengo un'illusione l'idea che si possa applicare uno stimolo, seppur teoricamente efficace, con l'obiettivo di produrre risultati concreti in chiave terapeutica, senza l'aver tenuto conto delle dinamiche psico-fisico-energetiche in atto, con cui lo stimolo stesso si dovrà relazionare. Quando dico concreti intendo osservabili, apprezzabili, percepibili dalla persona e/o dal terapeuta; un'applicazione senza questi riferimenti non si può definire terapeutica.

Salvo disponibilità particolari, l'intervento deve essere necessariamente strategico per: efficacia, tempo di risoluzione e costi. I motivi sono interconnessi. Se una persona è libera da vincoli economico-socio-temporali potrà sbizzarrirsi in tutte le pratiche che esistono nel mondo della salute sapendo che ciò non è sbagliato, anzi! Ma il terapeuta deve sapere che il suo compito è circostanziato nella capacità di valutare in tempi brevi l'impatto relativo di ogni pratica e di saper cogliere la giusta interpretazione di ogni situazione. Alla Luce di tale Consapevolezza si può sintetizzare la buona pratica terapeutica nei seguenti punti:

  • raccolta dettagliata delle informazioni riguardanti la storia della persona;
  • attenzione e intuizione dell'operatore;
  • elaborazione e valutazione dei dati ricevuti nei precedenti punti;
  • pianificazione della strategia di lavoro (che può variare nel tempo in base al "secondo punto" che rimane sempre attivo) in relazione agli obiettivi fissati, rispettosi delle necessità della persona;
  • applicazione rigorosa delle pratiche e dei metodi conosciuti efficaci per gli obiettivi stabiliti nel punto precedente;
  • osservazione distaccata dei risultati ottenuti in base ai quali valutare un'eventuale modifica della strategia adottata in partenza.

Criticità punto per punto:

  • la persona non ricorda tutto il vissuto oppure non è pronta per indagare in alcuni eventi traumatici, il materiale conseguente a indagini strumentali non è chiaro e così via;
  • il terapeuta ha le percezioni alterate che lo portano fuori strada (agisce per fini non etici, è intossicato dal cibo, non è riposato, si è identificato nel metodo, ecc.);
  • l'elaborazione dei dati è una fase condizionata totalmente dai punti precedenti, ma che può ristabilirsi successivamente (il prima possibile)
  • scarsa esperienza dell'operatore. Per una buona pianificazione degli obiettivi è necessaria una concreta esperienza sul campo che, con il tempo, certamente migliora
  • poca conoscenza teorico-pratica dei metodi di lavoro e/o scarsa applicazione da parte del terapeuta e/o della persona. Questo punto è chiave quando si vorrà stabilire l'efficacia del lavoro che, ben pianificato, valutato e dettagliato non trova riscontro in un applicativo altrettanto meticoloso e ficcante
  • attaccamento del terapeuta al proprio lavoro che non permette di osservare possibili insuccessi oppure un'incapacità della persona di percepire eventuali cambiamenti in atto.

La proposta terapeutica quindi, deve essere il frutto di una serie di Comprensioni che, evolvendo l'Individuo propositore, permettono di trasformare una condizione insalubre in una reale situazione di rinascita per colui che ne ha bisogno. Qualsiasi metodo venga insegnato, per quanto efficace esso sia, non deve mai prendere il posto dell'Individuo, ma deve aiutarlo a risolvere problemi nel modo più semplice e nel minor tempo possibile.

Qui, dove intuito e ragione si incontrano, può nascere la soluzione. Due aspetti che non si contrappongono come erroneamente si potrebbe pensare, ma che si sostengono vicendevolmente. Due domande a te che leggi: andresti mai in terapia da chi ti sa ascoltare e percepire, ma che non conosce le logiche su cui si basa il metodo di lavoro da lui stesso presentato? Allo stesso tempo, andresti mai da un terapeuta preparatissimo tecnicamente, ma che non ti osserva e che non ti dà le giuste attenzioni? Le risposte potrebbero essere: "a saperlo prima non vado né da uno né dall'altro" oppure, "vado dal primo per la diagnosi e dal secondo per la pratica lavorativa". Va tenuto presente però che colui che sa ascoltare e intuire dovrebbe fare in seguito delle valutazioni a posteriori di un lavoro che non conosce perché, nel frattempo, colui che sta applicando rigorosamente il metodo, non può dare pareri appropriati per il suo deficit osservativo. Insomma, per la seconda risposta si creerebbero tutta una serie di instabilità che renderebbero il lavoro di difficile gestione sia nel tempo che nell'efficacia e proprio per quanto spiegato nel contenuto di questo articolo è una soluzione da scartare. In conclusione andrebbe che, nel manuale del terapeuta e nel criterio di scelta che una persona deve adottare alla ricerca di una figura che le possa essere d'aiuto, siano inserite le seguenti regole:

  • non confondere il mezzo con il fine;
  • non confondere la razionalità con la percezione e l'intuizione;
  • non confondere ciò che ancora non si sa, con ciò che siamo noi a non sapere.

Buon lavoro

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